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I colori delle Belve

I colori delle Belve

Orgogliosamente autodidatta, Maurice de Vlaminck, nato a Parigi, figlio di musicisti, avrebbe dovuto diventare violinista. A 24 anni visitò una mostra e vide alcuni quadri di Van Gogh: volle diventare pittore e usare i colori come lui.

I critici s’inventarono il soprannome “belve” (fauve) per riunire i pittori con le caratteristiche simili a De Vlaminck. Uso dei colori puri senza corrispondenza con la realtà, abolizione della prospettiva, uso di una marcata linea di contorno. Per i “fauve” (Matisse, Derain, Dufy e altri) la natura è solo un pretesto da cui prendere linee e spazi e ricomporli per dare ai colori la possibilità di esprimersi direttamente.

Ecco che i tronchi d’albero diventano rossi, il cielo arancione e le foglie blu. Il colore, a volte, steso direttamente dal tubetto senza nemmeno usare il pennello.

Van Gogh aveva liberato la pittura dall’obbligo della fedeltà al dato reale, superando anche l’esperienza impressionista. E i “fauve”, mai diventato un vero movimento per mancanza di un programma e di coesione organica tra i pittori, furono comunque l’anello di congiunzione verso l’espressionismo.

Affermavano e volevano un’arte libera, immediata, senza implicazioni sociali, filosofiche o letterarie quasi l’opposto del contemporaneo cubismo.

«Non ho chiesto niente. La vita mi ha dato tutto. Ho fatto ciò che ho potuto, ho dipinto ciò che ho visto» Maurice De Vlaminck.

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