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Giapponismo in andata e ritorno.

Nella seconda metà dell’ottocento tutti i più grandi maestri della pittura furono influenzati dall’arte giapponese.

Van Gogh, Monet, Toulouse Lautrec e altri rimasero attratti dallo stile degli artisti giapponesi, che arrivò in Europa attraverso le stampe Ukiyo-e.

 

Questi grandi pittori colsero ispirazione dall’uso di colori piatti, dalla sintesi delle forme, dal taglio delle figure, che nulla aveva a che fare con tutta la tradizione occidentale.

Integrarono elementi dello stile orientale con la loro pittura, sia per ampliare le loro possibilità espressive, sia per utilizzare una moda “esotica” che, all’epoca, riscosse un grande successo.

 

E in Giappone?

Naturalmente la comunicazione non fu a senso unico e come in occidente arrivarono le stampe giapponesi, così agli artisti del Giappone arrivarono le immagini dell’arte occidentale.

Dopo secoli di feudalesimo e quasi completo isolamento il Giappone subisce un processo di profondo rinnovamento economico, tecnico, sociale secondo i modelli occidentali.

 

La pittura si divide in due “correnti”: Nihonga, che pur ammodernandosi, segue la tradizione e lo stile giapponese, e “Yoga” (che non c’entra nulla con gli esercizi fisici) che significa letteralmente “pittura in stile occidentale”.

I due stili sono diversi anche nell’uso di materiali, colori, supporti e soggetti.

 

Nel 1876 il governo giapponese decise di aprire una scuola di belle Arti in stile “occidentale” e vi fu un italiano tra i consulenti: Antonio Fontanesi. Chiusa 3 anni dopo per la reazione dei giapponesi, che mal accettavano una così repentina occidentalizzazione, fu riaperta qualche anno dopo e accettata come una delle componenti dell’arte.

 

Oggi, come ben sappiamo, non c’è stile o “scuola” con proprie caratteristiche che la distinguono, e anche in Giappone i due stili non sono più così separati.

Così, mentre gli uomini si preparavano a distruggersi a vicenda, l’arte trovava il modo di unire due mondi così diversi.

 

A.G. Fadini

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